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venerdì 6 marzo 2015

Arte nella Roma Papale - Il Baldacchino della discordia.

Le origini della rivalità tra Bernini e Borromini.




Francesco Borromini. Anonimo.
Roma, 1623. Il cardinale Maffeo Barberini sale al soglio pontificio con il nome di Urbano VIII ereditando una Basilica di San Pietro non ancora terminata con l'anziano architetto Carlo Maderno a capo dei lavori, il quale aveva precedentemente ricevuto l'incarico da Papa Paolo V. Maderno aveva preso a lavorare con sé un giovane parente dal talento straordinario che diventò presto suo braccio destro in qualsiasi commissione: Francesco Castelli, conosciuto universalmente come Francesco Borromini. Ma Papa Barberini aveva già il suo giovane di talento del quale fu mentore dal momento in cui Papa Paolo V ne constatò il genio: stiamo parlando di Gian Lorenzo Bernini, figlio dello scultore fiorentino Pietro Bernini - lo stesso Pietro, che tra le tantissime eccellenti opere realizzate nella sua vita ha ideato e scolpito a Roma in Piazza di Spagna la fontana della Barcaccia (oggi tristemente nota in tutto il mondo per gli atti vandalici degli hooligans olandesi subiti nel mese di febbraio 2015). Il giovane Bernini viene così assegnato dallo stesso Papa all'entourage di Maderno sia nei lavori alla Basilica sia alla realizzazione di Palazzo Barberini vicino al Quirinale.
Gian Lorenzo Bernini, autoritratto.
Si possono ben intuire fin da principio i progetti di Urbano sul suo giovane protetto, basati sugli anni a lui dedicati nel formare un vero artista e cortigiano papale: Gian Lorenzo Bernini era diventato un uomo dalla viva intelligenza, diplomatico nelle relazioni lavorative e con attenta sensibilità nei confronti dei committenti, con calibrata simpatia e teatralità. Decisamente un uomo ben voluto dalla nobiltà. Lo stesso non si può dire di Francesco Borromini: ragazzo che non ebbe mai una protezione influente come la ebbe Gian Lorenzo, uomo dal carattere chiuso, irascibile, poco propenso alla compagnia, dal grande genio architettonico del quale era consapevole. Di certo non una persona con la quale si potesse discutere dei suoi modi di lavorare, spesso non compresi per il loro essere visionari e plasmatori di un nuovo stile.
Mettere due artisti di tale calibro a collaborare tra di loro fu di certo l'errore più grande di Papa Urbano VIII - specialmente per la dichiarata propensione nei confronti di uno rispetto all'altro. Infatti in poco tempo arrivò la causa del loro attrito più grande: la commissione papale del Baldacchino sopra l'altare della Basilica di San Pietro. Normalmente, la copertura dell'altare è sempre stata determinata dalla presenza del ciborio, elemento architettonico permanente spesso realizzato in marmo, composto da quattro colonne a sorreggere una cupola o un tetto. Il baldacchino invece è una copertura di stoffa temporanea sorretta da quattro aste, destinata principalmente a proteggere e segnalare durante processioni la presenza del Santissimo Sacramento o un personaggio importante. Tale opera fuori dai canoni fu però voluta inizialmente da Papa Paolo V che nel 1606 assegnò l'incarico della sua realizzazione a Maderno, il quale negli anni successivi propose diversi progetti, uno dei quali fu approvato un mese prima dell'elezione di Urbano VIII. Non stupisce quindi il forte malumore di Borromini nel veder tolto l'incarico al suo maestro e sostituito per di più da un giovane scultore che poco conosceva dell'architettura. Purtroppo oltre al danno arrivò la beffa: la Congregazione della Reverenda Fabbrica di San Pietro indisse un bando per trovare il miglior progetto del baldacchino, bando terminato appena dieci giorni dopo il suo annuncio con l'inizio dei pagamenti regolari a Bernini per la realizzazione dell'opera.

Borromini insieme a Maderno si ritrovò a collaborare attivamente con Bernini per i nove anni successivi - dal 1623 al 1633 - ad un progetto già avviato, dal quale lo stesso Bernini aveva preso spunto: il riferimento è all'inserimento delle colonne (elementi più da ciborio) a sostegno del tendaggio, idea avuta precedentemente da Maderno. La genialità di Gian Lorenzo portò alla fusione di colonne tortili - a ricordo della "colonna santa" ospitata nella nicchia nordovest della cupola, alla quale secondo tradizione si appoggiò Gesù durante una predicazione nel Tempio di Gerusalemme - utilizzando il procedimento di fusione a cera persa che gli permetteva di inserire oggetti veri nelle colonne. Le critiche arrivarono immediatamente: l'espediente fu causa di derisione, poiché diede il pretesto alle voci che circolavano su Bernini, il quale non era abbastanza bravo da scolpire certe cose con le sue stesse mani. Altre critiche furono sulla scarsa esperienza dell'artista nella fusione del bronzo, che lo portarono a contare eccessivamente sui collaboratori. Ed infine il malumore generale nei riguardi della provenienza del bronzo: Papa Barberini aveva fatto rimuovere sia i costoloni a sostegno della cupola di San Pietro sia, e ben più grave, le travi di bronzo di una capriata del portico del Pantheon - questo portò Giulio Mancini, medico del Papa stesso, a dire la famosissima frase «Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini», Quel che non fecero i barbari lo fecero i Barberini.

Per l'effettivo completamento del baldacchino però ci vollero altri sei anni: Bernini infatti ricevette altri incarichi che lo distrassero dal baldacchino, come la tomba di Urbano VIII e i campanili per la Basilica di Santa Maria ad Martyres - il Pantheon (eliminati poi nel 1883).
Ma la morte di Maderno all'inizio del 1629 determinò sia il prolungamento dei lavori che l'inasprimento dei rapporti con Borromini. Papa Urbano VIII nomina immediatamente Gian Lorenzo Bernini architetto capo della Fabbrica di San Pietro e di Palazzo Barberini, decisione che turba profondamente Francesco Borromini, poiché era per lui logico ricevere tali incarichi in quanto braccio destro di Maderno. Logico per lui ma non per il Papa, il quale aveva fin da subito dichiarato il suo scarso apprezzamento per l'anziano architetto.
La drammaticità si appresta ad arrivare al culmine quando Borromini si trova a ricoprire il posto di primo assistente di Bernini nei suoi lavori, primo tra tutti quello del baldacchino. A pochi è noto infatti il suo ruolo chiave nel completamento di un'opera passata alla storia come "il Baldacchino del Bernini". Gian Lorenzo aveva pensato di porre sulla cima della struttura una statua del Cristo Risorto, elemento troppo pensante per dei sostegni sottili voluti dal Bernini stesso. L'intervento di Borromini fu illuminante: inserì al posto della statua un globo d'oro sormontato da una croce, richiamo alla sommità stessa della cupola della basilica. Le volute di legno dorato a sostegno del globo ricordano dei delfini che si tuffano, i quali rimandano alle volute usate da Borromini nella maggior parte dei suoi lavori, alla sua propensione al movimento ondulato, alla flessibilità delle linee, alla ricerca degli angoli arrotondati e alla sinuosità dello spazio architettonico da lui utilizzato.
Come se non bastasse Borromini contribuì ampiamente ai lavori di Palazzo Barberini, anche questo assegnato a Bernini, nel quale è chiaro il contrasto tra i due artisti. Il cardinale Francesco Barberini (nipote del Papa) confessò al cardinale Virgilio Spada che il palazzo era in gran parte progetto di Borromini. Anche gli stili diversi dei due artisti sono visibili nello stesso palazzo: Borromini ideò una scalinata a spirale ovale con coppie di colonne doriche che porta lo spettatore a non accorgersi della salita intrapresa tanta è la meraviglia ispirata dalla dolcezza delle linee; decisamente opposta alla grandiosa scalinata di Bernini, molto più istituzionale e massiccia. Ma il merito finale andò anche in questo caso a Bernini.
Chiaro è stato l'intento di Gian Lorenzo di tenere a freno il suo rivale legandolo a sé in queste commissioni, sfruttando le sue capacità ed il suo estro creativo - cosa che aveva già compiuto in precedenza con lo scultore Giuliano Finelli nel gruppo scultoreo dell'Apollo e Dafne, il quale abbandonò il suo posto accanto a Bernini per la mancata attribuzione della sua esecuzione riguardo la gran parte delle metamorfosi in radici e ramoscelli, compresi i fluenti capelli della ninfa.
Oltre alla mancanza di merito Borromini sperimentò anche la disonestà di Bernini. Dato lo scarso salario ottenuto dai lavori al baldacchino - Borromini ricevette un decimo rispetto al compenso di Bernini - Francesco tentò di mettersi in società con Agostino Radi, cognato di Bernini, per fornire allo stesso Gian Lorenzo il marmo e la pietra necessarie alla basilica vaticana. I vantaggi però non arrivarono mai, tanto che Borromini, indagando sulle perdite, scoprì un secondo accordo del quale non era al corrente: Radi concedeva una quota dei profitti a Bernini per mantenere l'incarico di fornire i marmi all'architetto capo. La rabbia ed il disgusto di Borromini furono tali che abbandonò per sempre i lavori a Palazzo Barberini e a San Pietro, rompendo definitivamente ogni rapporto con Bernini.
Così iniziò l'acerrima rivalità tra i due geni creatori della Roma barocca.




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