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venerdì 18 luglio 2014

Iconografia medievale dell'ipocrisia, del tradimento e della menzogna: Giuda e il colore rosso.


I simboli del Medioevo hanno sempre affascinato l'uomo moderno, tanto da portarlo a trarne interpretazioni fantasiose e qualche volta poco attinenti al contesto dell'epoca. Interessante è prendere in esame i colori ed i loro significati impiegati nella rappresentazione di cose e persone. In questo post parleremo in particolare del colore rosso e della sua relazione con il traditore per eccellenza: Giuda.



In Occidente il colore rosso - o meglio rossiccio, una mescolanza del rosso e del giallo, con prevalenza di rosso - era usato per indicare e riconoscere tutti coloro i quali erano traditori, bugiardi, ipocriti, associati a Satana nelle azioni e nel pensiero. Ma questo uso aveva origini antiche: abbiamo infatti riscontri biblici, nelle tradizioni greco-romane e germaniche. Diversi personaggi negativi negli scritti biblici hanno i capelli rossi: ricordiamo Esaù, il quale vendette la primogenitura al fratello Giacobbe per un piatto di lenticchie; il primo re d'Israele, Saul, geloso di Davide tanto da impazzire e morire suicida; Caifa, sommo sacerdote di Gerusalemme che presiede nel sinedrio il processo a Gesù. Nel libro dell' Apocalisse troviamo draghi e cavalli fulvi, tutte creature di Satana. Abbiamo però un'eccezione che conferma la regola: nel libro di Samuele Davide è descritto con capelli rossi e di bell'aspetto, eccezione che preannuncia l'arrivo del Cristo. Nell'iconografia cristiana infatti, a partire dal XII secolo, Gesù è rappresentato con i capelli rossi, in particolare nella scena del bacio e dell'arresto. La vicinanza di Giuda e dei suoi capelli rossi porta un'osmosi del colore, come a ribadire l'incontro tra vittima e carnefice. Nella tradizione greca Tifone, nemico degli dei e di Zeus aveva i capelli rossi; Diodoro Siculo racconta dei sacrifici di uomini con capigliatura rossiccia effettuati a Tifone per placare la sua collera. Probabilmente Tifone prese le sue origini da Seth, divinità crudele nell'antico Egitto; in questo caso è Plutarco a parlarci di sacrifici di uomini con capelli rossi al dio Seth. Le tradizioni romane furono meno cruente, ma la negatività dei capelli rossi era comunque vigente: come ingiurie troviamo infatti proprio la parola rufus, spesso accompagnata da soprannomi ridicoli. Nel Medioevo questa abitudine perpetuò specialmente negli ambienti monastici. Il teatro romano utilizzò capigliature rosse o ali rossastre attaccate alle maschere per indicare schiavi o buffoni. Oltre a questo troviamo anche tutti i trattati di fisiognomica, derivati da un testo attribuito ad Aristotele risalente al III secolo, in cui avere i capelli rossi equivaleva ad essere falsi, furbi e crudeli come la volpe - animale dal manto rossiccio. Anche nelle tradizioni germano-scandinave abbiamo la stessa considerazione di chi aveva una capigliatura rossa: sia Thor -divinità violenta e molto temuta - che Loki -demone del fuoco, malvagio distruttore e creatore di esseri mostruosi - avevano i capelli rossi.

Tutte queste tradizioni antiche portarono nel Medioevo cristiano ad accrescere l'idea della crudeltà, della bruttezza, dell'inferiorità, della ridicolezza di chi avesse i capelli rossi, tanto da considerare queste persone come sanguinarie, false, astute, ingannatrici, salite, perfide e traditrici. Anche le superstizioni incoraggiarono questi modi di pensare: di cattivo presagio era incrociare per strada un uomo rosso, o anche che la maggior parte delle donne dai capelli rossi fossero streghe.


Ma perché tutta questa ostilità nei confronti del rossiccio? Sia lo storico che l'antropologo vedono in ciò una causa culturale: in tutte le società i rossi sono differenti dagli altri, sono i diversi, coloro che imquietano e scandalizzano proprio nel loro non essere uguali alla maggioranza. Nella cultura medievale diventa anche se una questione di simbolismo cromatico: il fulvo è un colore a sé stante. Un trattato di araldica della prima metà del XV secolo associa tutti gli aspetti negativi del rosso e del giallo nel rossiccio. Infatti vi è sempre stata una dualità in ogni colore, un aspetto buono e uno cattivo. La negatività del rosso era la contrapposizione al bianco divino, perciò in questo caso il rosso rappresentava il fuoco infernale e Satana. Dal XII secolo l'iconografia rappresentò il Diavolo con il viso rosso o con capelli e barba rossastre. Così, in associazione a questa immagine, tutti coloro i quali avessero capelli e barba rossicce erano considerati diabolici. Anche gli emblemi contenti questo colore erano associati al mondo infernale: nei romanzi arturiani del XII e XIII secolo troviamo molti cavalieri vermigli (con abito, equipaggiamento e stemma rossi) che si oppongono all'eroe per sfidarlo e ucciderlo. Esempio è Meleagant, cavaliere fellone che rapisce Ginevra nel romanzo di Chrétien de Troyes, Le Chevalier à la Charette. Ma non solo, altro personaggio avente il colore rosso - in questo caso riguradante la capigliatura - è Mordret, figlio di Artù avuto incestuosamente e con l'inganno da Morgana, il quale tradisce il padre provocando il crollo del regno di Logres e la rovinosa decadenza dei cavalieri della Tavola Rotonda. Rimanendo in tema di romanzi cavallereschi, nella Chanson de Roland troviamo anche Gano con i capelli rossi il quale, mosso da vendetta e gelosia, tradisce Rolando ed i suoi compagni.

Termine comune quindi è il tradimento: per la sensibilità medievale, il traditore per eccellenza è indubbiamente Giuda, il quale non solo viene rappresentato interamente con il colore rosso, ma anche con abiti di colore giallo a partire dalla fine del XII secolo. Sappiamo che il rosso negativamente porta con sé l'attribuzione di sanguinario e fuoco infernale, il giallo invece è attestato nel XIII secolo come il colore della falsità e della menzogna - ed associato sempre di più agli ebrei e alla Sinagoga, tanto da essere inserito nell'iconografia cristiana fin dalla prima metà del XIII secolo in ogni rappresentazione di ebrei. Quel che alla fine del Medioevo porta alla svalutazione del giallo è sicuramente l'abbondante utilizzo dell'oro e delle dorature nel campo artistico come simbolo di materia e luce, assorbendo così ogni attribuzione positiva lasciando al giallo - soprattutto se tendente al rosso o al verde - molti aspetti negativi.
Quindi, essere rossicci - o meglio di capelli rossi - significava riunire sia gli aspetti negativi del rosso che gli aspetti negativi del giallo. Ma non basta, perchè anche chi aveva la pelle punteggiata da macchie rosse, o delle chiazze rossastre, veniva etichettato come rosso, e come tale l'uomo medievale - temendo il diverso considerato come impuro e sospetto - arrivava ad allontanarlo dalla società mettendolo ai margini o, in casi estremi, al bando.

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