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sabato 14 giugno 2014

Libri - Il capolavoro sconosciuto.



Cosa accade all'artista che nei suoi lavori ricerca spasmodicamente e senza tregua il raggiungimento della perfezione assoluta? Lo possiamo scoprire ne Il capolavoro sconosciuto, racconto di Honorè de Balzac rielaborato più volte tra il 1831 ed il 1847.
Lettura conosciuta da tutti gli studiosi, appassionati d'arte e artisti stessi, porta in risalto l'eterna ossessione di chi si accinge alla creazione artistica: dare vita alla propria opera. Ricordiamo l'antico mito di Pigmalione nella versione racconta da Ovidio nelle sue Metamorfosi, in cui lo scultore si innamora perdutamente della propria opera considerandola il suo ideale femminile, la quale, per intervento della dea Afrodite, prende vita davanti gli occhi dello stesso Pigmalione.
Jean-Leon Gerome, Pigmalione e Galatea. 1890.
Tutto ciò lo si può trovare nella vicenda raccontata da Balzac, ambientata nella Parigi del Seicento. Tre pittori rappresentanti le tre età dell'uomo che si incontrano per scoprire il raggiungimento del fine ultimo di ogni artista. Troviamo quindi un giovane Nicolas Poussin all'inizio della sua carriera con la fidanzata e musa Gillette; Porbus, un maturo pittore di corte visto da Poussin come un maestro; il vecchio Frenhofer che rincorre la figura quasi mitica del suo antico maestro Mabuse del quale fu unico allievo, e di lui dice
Oppure, volgendo lo sguardo alla storia, abbiamo il famoso episodio che vide Michelangelo come protagonista: dopo che l'artista ebbe terminato la realizzazione della statua di Mosè per la tomba monumentale del pontefice Giulio II, considerandola talmente perfetta da poter essere viva, in un eccesso di frustrazione ed ira le diede una martellata su un ginocchio urlandogli "perché non parli?". Ma cos'è il concetto di "vita" per un artista? Sicuramente lo si può definire con la volontà di rendere l'opera il più reale possibile donandogli spazio e profondità, spesso non copiando la natura ma esprimendola attraverso la capacità di saperla osservare. E non ultimo il movimento.
"Soltanto Mabuse possedeva il segreto di dar vita alle figure".
Mentre Poussin e Porbus sono pittori realmente esistiti ed inseriti nella trama per dar più veridicità al racconto, Frenhofer ed il suo mitico maestro sono personaggi inventati da Balzac al fine di concentrarsi  non tanto sulle dinamiche dei fatti e delle circostanze, ma sul contenuto estetico delle riflessioni che l'autore fa esprimere al vecchio artista ossessionato. Questi infatti ha dedicato gli ultimi dieci anni della sua vita alla realizzazione di un'opera celata a chiunque, ma della quale parla con orgoglio e senso di vittoria: il ritratto di Catherine Lescault, cortigiana leggendaria. La curiosità del giovane Poussin è talmente forte da architettare con Porbus un modo per osservare finalmente il quadro: dato che il vecchio Frenhofer è alla ricerca di una modella estremamente bella per concludere il suo capolavoro, Porbus - su indicazione del giovane - gli propone la fidanzata di Poussin elogiandone la bellezza e le virtù. Dopo mesi di molte ritrosie il vecchio pittore, avendo visto la bella Gillette, acconsente al paragone tra la giovane e la sua opera tanto elogiata e finalmente conclusa: Poussin e Porbus pieni d'entusiasmo e colmi di speranza di poter carpire i segreti di Frenhofer giungono nello studio dell'artista ma non riescono a scorgere il capolavoro. Frenhofer con somma eccitazione ed estasi mostra loro una tela dalla quale i due pittori non riescono a scorgere nulla se non un piede femminile posto in un angolo. Il capolavoro tanto adorato dal vecchio è un ammasso informe di materia dovuta alle continue pennellate volte al suo perfezionamento. La figura femminile è ormai perduta e definitivamente cancellata dall'ossessione maniacale di Frenhofer, il quale non vede il reale risultato del suo lavoro perché osserva con una seconda vista, la quale non è più per lui sintomo di genialità ma follia, non più strumento per osservare veramente ma cecità. Frenhofer è palesemente vittima del conflitto tra volontà creatrice e realizzazione, il cui conflitto lo condurrà ad un epilogo tragico e disperato.
In tutto il racconto vengono toccati temi artistici di ogni tipo, pronunciati nomi come Rubens, Raffaello e Giorgione, affrontate problematiche reali per ogni artista. In più si può accostare benissimo a ciò che stavano compiendo in quegli anni artisti come Joseph Mallord William Turner nel campo della pittura: il disfacimento della forma, la sublimazione della materia. La nascita dell'informale.
Joseph Mallord William Turner, Tempesta di neve. 1842.
Tantissimi artisti e intellettuali successivamente sono rimasti affascinati da Il capolavoro sconosciuto, tanto che Cezanne arrivò a scrivere "io sono Frenhofer" e Picasso trasferì il suo studio nella stessa via parigina in cui è ambientato il raccontato di Balzac. Nessuno ne è rimasto indifferente, compresi scrittori come Baudelaire e Croce che scrissero riguardo questa stessa ricerca maniacale dell'assoluto.
Reputo comunque questa lettura interessante per chiunque, perché oltre il tema dell'arte si affronta la psicologia umana nelle sue debolezze e nelle sue ossessioni; sicuramente la filosofia è filo nascosto tra l'appassionante trama tessuta sapientemente da Balzac e, senza nulla togliere all'estrema profondità del racconto, i colpi di scena non mancano.
Credo che nessuno rimarrebbe deluso nel portare a termine le poche pagine de Il capolavoro sconosciuto, piccolo tesoro della perpetua indagine nel campo dell'umanità.

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