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venerdì 6 giugno 2014

Breve panoramica sulla nascita della figura dell'artista.




Oggi nella sezione Approfondimenti voglio parlarvi di come inizialmente prese forma nel tempo la definizione e la persona conosciuta successivamente come artista, chi era, cosa faceva e come era visto all'interno della società.
La figura dell'artista nacque dalla professione di artigiano e si sviluppò all'interno di botteghe. Ciò che differenzia un artigiano da un artista è l'unicità e la bellezza del prodotto, tanto che fin dal VI secolo in Grecia tale unicità spingeva il creatore a firmare le proprie opere. Ma la distinzione tra artista ed artigiano, cioè tra professione intellettuale e puro lavoro manuale, non sarà un traguardo immediato. In Grecia il lavoro manuale era svolto da schiavi e l'operato di pittori e scultori era considerato attività di poco superiore. L'opinione su chi emergesse come artista era molto bassa, le arti visive non erano neanche considerate al pari della musica e della poesia. 
L'Ellenismo portò l'arte tra gli interessi degli uomini colti e questo condusse ad inglobare gli artisti tra coloro i quali fossero capaci di ispirazione, ma il pregiudizio sulle arti visive non fu mai completamente superato: a Roma non furono accolte tra le artes liberales e con la crisi del mondo antico gli stravolgimenti colpirono ogni campo conosciuto.


Con la crescita e la diffusione del Cristianesimo le committenze e le tipologie dell'opera d'arte virarono verso il servizio alla Chiesa e all'educazione cristiana. Essendo l'analfabetismo largamente diffuso tra la popolazione l'artista divenne fautore di immagini che si sostituivano ai testi scritti; nonostante questi meriti il lavoro da lui praticato manualmente era considerato ancora una volta inferiore a chi si adoperava ad attività intellettuali. Vi era però un diverso apprezzamento all'interno del lavoro artistico: gli architetti erano considerati più nobili per la loro capacità progettuale e organizzativa. Successivamente troviamo gli orafi per l'accuratezza e le tecniche impegnate nel modellare materiali altamente preziosi. In questo campo infatti moltissimi artisti si cimentarono per sperimentare e strabiliare il committente medievale. I miniatori, subordinati nello scriptorium allo scriptor, erano solamente decoratori di qualcosa di più alto effettuato dai copisti di testi sacri; poteva avvenire però che lo stesso scriptor fosse anche miniatore.

Con il corso della storia iniziarono a farsi strada anche nuove visioni riguardo la pittura e la scultura. Nel XII secolo in Italia si moltiplicarono le firme degli artisti, tutto ciò accadde poiché le città adottarono la realizzazione di opere mirabili come vanto per l'intera comunità e notevole prestigio per la città stessa.
I cambiamenti e lo sviluppo delle città nordiche e la nascita dei comuni italiani portò alla necessaria organizzazione gerarchica delle professioni, così i lavoratori delle città dovettero entrare in gilde o arti. Queste corporazioni assicuravano all'artista una cura dei suoi interessi professionali e, in alcuni luoghi, garantivano anche i suoi interessi civili.

Troviamo i natali delle prime corporazioni in Italia, più specificatamente a Perugia nel 1286, a Venezia nel 1290, a Verona nel 1303 e a Siena nel 1355. Per entrare a far parte delle gilde locali era necessario essere cittadini per nascita o di ottenere una concessione speciale, così come per aprire botteghe ed avere apprendisti. Le gilde regolavano tutta la vita dei loro membri: dall'educazione alla vita religiosa, dalla salute ai rapporti con le committenze. Era perciò difficile per un artista affermare la propria individualità e sovvertire le regole corporative. Un esempio lo abbiamo con Brunelleschi che si rifiutò di pagare i tributi all'Arte de' maestri di pietra e legnami - di cui faceva parte - finendo in prigione. Ne uscì grazie alla sollecitazione del capitolo del Duomo che lo voleva attivo nella realizzazione dell'ormai famosa cupola. 
L'esempio di Brunelleschi ispirò altri artisti alla disobbedienza per ottenere una maggiore libertà, una ribellione volta a spezzare le catene dell'ordinamento gerarchico a cui erano sottoposti, ormai non più intesa come organizzazione al servizio della tutela dei loro interessi. Fu proprio Firenze l'epicentro del nuovo ideale da cui gli artisti presero forza contro le leggi corporative, una idea precisa dell'artista non più artigiano ma intellettuale e creativo. Gli artisti erano ormai già stati portati all'attenzione da menti illustri come Dante - il quale citò Giotto nella Divina Commedia - e Petrarca, oppure essi stessi si erano adoperati in testi volti alle tecniche lavorative - ricordiamo il Cennini con Il libro dell'arte - ed autobiografie. Nel De pictura Leon Battista Alberti eleva la pittura ad attività degna di menti colte, l'artista non può più affidarsi alle sue tecniche artigianali ma deve padroneggiare la geometria, la prospettiva, le regole della composizione ed il corpo umano. 
La nuova figura dell'artista del Rinascimento doveva possedere saldi fondamenti teorici: ciò portò l'ammissione alle arti liberali ed il passaggio dal lavoro manuale al lavoro intellettuale.





Bibliografia: 


Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto Saturno. La figura dell'artista dall'Antichità alla Rivoluzione francese. Giulio Einaudi Editore, Torino, 1996;
a cura di Jacques Le Goff, L'uomo medievale. Economica Laterza, 2010;
a cura di Eugenio Garin, L'uomo del Rinascimento. Economica Laterza, 2008.


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