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sabato 11 gennaio 2014

Scripta manent. Ovvero turisti vs. Colosseo.

Cosa c'è di più bello di un viaggio in una città famosa e straordinaria? Lo stupore e l'emozione di vedere qualcosa di antico conosciuto solo in fotografia, televisione, cinema e libri. Fare qualche autoscatto per immortalare il momento. Scrivere su di un monumento.
Fermi tutti, qualcosa stona e stride come le unghie sulla lavagna. O in questo caso come un sasso sfregato su di un muro in laterizio.
Effettivamente è quanto accaduto ieri pomeriggio a Roma tra le mura del Colosseo: padre e figlio in visita dall'Australia (45 e 12 anni) decidono di rendere indimenticabile la loro vacanza cercando di lasciare il segno nel luogo simbolo della città eterna. E in parte ci sono riusciti. Mentre il padre copriva il ruolo di "palo", il figlio iniziava a scrivere il proprio nome su di un muro interno dell'Anfiteatro Flavio, ma il personale della Soprintendenza nota l'accadimento e chiama prontamente i Carabinieri, i quali fermano padre e figlio.
Per i due turisti è scattata la denuncia e la segnalazione al tribunale dei minori.

La notizia è stata pubblicata su molti quotidiani riportando diligentemente passo per passo l'intera vicenda. Quanta bravura nel puntare il dito e storcere il naso verso stranieri che dopo tutto non fanno niente di strano.
Non sto difendendo dei vandali, sto cercando di ricordare che il nostro malcostume e degrado si presta ad altro malcostume e degrado. Paese che vai, usanze che trovi. Se noi per primi mostriamo disinteresse e noncuranza nei confronti delle città in cui viviamo, dei nostri monumenti ed opere d'arte, delle strade in cui camminiamo, come possiamo pretendere che i visitatori rispettino ciò che noi non rispettiamo?
L'indignazione verso il gesto di questi turisti australiani è puramente ipocrita se per primi non rispettiamo e tuteliamo i luoghi in cui viviamo. Urge esame di coscienza.

Ma facciamo un passo indietro.
L'usanza di scrivere sui muri è così antica da risalire all'epoca preistorica con i graffiti nelle caverne dei primi uomini, è proseguita fino ad oggi e proseguirà senza mai essere fermata. Il bisogno di lasciare un "segno" cova in ognuno di noi: lo notiamo persino nelle tombe di alcuni Faraoni nella Valle dei Re, dove addirittura si possono trovare graffiti di antichi greci che attestano il loro passaggio.

In sintesi non serve guardare solo agli ultimi due secoli per storcere il naso, la febbre del legare la propria memoria a qualcosa di visibile a tutti e perciò famoso sarà sempre insita nella psiche umana. Cercare di guadagnare abusivamente l'immortalità attraverso qualcosa che durerà nei secoli non è altro che la paura di morire ed essere dimenticati - morire una seconda volta. Questo principio della seconda morte non è altro che la damnatio memoriae, tanto cara alle antiche civiltà: cancellare le prove dell'esistenza di una persona per condannarla all'oblio totale.
Obiettivamente è molto più facile commettere atti di vandalismo piuttosto che adoperarsi in qualcosa che potrebbe portare benefici alla società. Una scorciatoia, una distorta idea di cosa significa rimanere nella memoria. Ma vale la pena essere ricordati per atti deprecabili ed essere condannati perpetuamente dall'avvicendarsi di occhi scrutatori piuttosto che rimboccarsi le maniche e cercare di mettere in opera i propri talenti al servizio della società? Non è più gratificante il ringraziamento anche solo di una persona piuttosto che milioni di giudizi implacabili?
A noi la scelta.

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