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venerdì 31 gennaio 2014

Mostre - Cleopatra. Roma e l'incantesimo dell'Egitto.



Si sta concludendo a Roma la mostra su Cleopatra ospitata dal Chiostro del Bramante, iniziata il 12 Ottobre 2013 e con ultima data disponibile il 2 Febbraio 2014. La mostra è stata prodotta da Artemisia Group e curata da Giovanni Gentili e, come si evince del titolo stesso, tratta dell'influenza che l'Egitto ha avuto su Roma alla fine della dinastia Tolemaica. Premetto che la precedente mostra su Cleopatra tenutasi a Roma nel 2000 presso Palazzo Ruspoli organizzata dalla Fondazione Memmo è rimasta fortemente impressa nei miei ricordi, in quanto andai a vederla più volte. L'attuale esposizione ha ospitato alcuni reperti inediti al pubblico e un numero abbondante di pezzi da repertorio che si possono trovare in qualsiasi museo che abbia una sezione dedicata al Tardo Egitto e all'Archeologia Romana. Lo svolgimento dei percorsi ideati era accompagnato da audiovisivi ripetuti all'infinito su schermi piatti all'interno delle piccole sale; con evidente stupore dei visitatori (almeno da parte di chi lo ha riconosciuto) le immagini osservate riguardavano Valerio Massimo Manfredi, scrittore e archeologo, che spiegava con grande interpretazione parti riguardanti le varie sezioni della mostra. Un espediente di grande impatto, se non fosse che compreso nel prezzo del biglietto vi era già l'audio guida con voce femminile alternata alle spiegazioni dello stesso curatore Gentili. A mio avviso ingaggiare un personaggio ormai divenuto televisivo - e perciò con un dispendio economico notevole - è stato ciò che ha compromesso maggiormente la buona riuscita dell'esposizione.
Non parlerò tanto dei percorsi interni della mostra poiché sono stati ai miei occhi piuttosto ovvi e poco articolati, parlerò invece di ciò che non ha funzionato in quella che doveva essere una celebrazione della grandezza dell'universo egizio conclusosi con Cleopatra. Va detto che improntare una esposizione su di un argomento tanto vasto è stato un azzardo che poteva anche tramutarsi in successo, come lo è stato per la mostra precedentemente effettuata a Palazzo Ruspoli. La differenza è stata nella cattiva organizzazione tematica con l'incessante assenza di caratterizzazione del contesto che hanno lasciato del tutto distaccati i visitatori.
Ho accompagnato un ristretto gruppo di amici con conoscenze scolastiche riguardo l'argomento e ho potuto osservare da vicino le varie reazioni loro e degli altri visitatori nei confronti della disposizione dei reperti, la gestione del poco spazio a disposizione, delle spiegazioni in audio guida e della cattivissima manutenzione e pulizia del luogo. Il non poter girare liberamente nelle piccole sale stipate malamente con teche e podi è stato un grande disagio per tutti, l'assenza di espedienti visivi per far risaltare i pezzi più importanti dell'esposizione ha confuso gli spettatori, le spiegazioni sono stare carenti e non hanno creato un filo conduttore in cui il visitatore poteva orientarsi ma ha lasciato molti a vagare senza comprendere cosa stessero vedendo e perché fosse così importante. Gli strati di polvere accumulati sulle teche sono stati infine la visione più esplicativa di quanto questa mostra fosse stata assemblata non tanto per il bene della conoscenza ma per riscuotere il prezzo del biglietto.

Le mie parole sono molto polemiche e colme di delusione nei riguardi di ciò che ho visto, per questo ho aspettato la conclusione di questa mostra per parlarne in quanto il mio giudizio poteva scoraggiare quel paio di lettori che possono capitare per sbaglio in questo blog. Ma siamo sinceri, curare e organizzare una mostra non è semplice: il lavoro che presuppone esserci dietro il risultato finale è ampio ed articolato, basato su continui studi riguardo ciò che ormai viene definito "irrilevante" dallo Stato e perciò penalizzato. Non è una scusa sufficiente per un lavoro fatto male, per compensare le mancanze dovute ai pochi pezzi reperiti e allo scarso budget a disposizione c'è sempre lo spirito di iniziativa e la fantasia creativa: in questo la Fondazione Memmo è sempre stata un passo avanti nell'ideare, assemblare e proporre mostre.
 Con grande rammarico sconsiglio di proseguire con queste mostre alla "vorrei ma non posso" e mi auguro che in futuro si vaglino meglio le scelte da effettuare. Il pubblico merita decisamente di meglio.


venerdì 24 gennaio 2014

Libri - I racconti di un giovane medico

Cosa accade ad uno studente di medicina appena laureato catapultato nella dura realtà della campagna russa? Lo racconta con grande ironia e severità Michail Bulgakov, nato a Kiev nel 1891 e morto nel 1940, medico e scrittore. Proprio i suoi studi universitari e l'esperienza vissuta come medico in una piccola zona rurale lo ispirarono per questa raccolta di sei racconti edita nel 1963 per la prima volta a seguito delle precedenti pubblicazioni dei singoli racconti tra il 1925 e il 1926. Successivamente, nel 1982 si arrivò all'edizione completa comprendente anche gli ultimi tre racconti L'eruzione stellata, Morfina, Io ho ucciso che porta a nove il totale dei capitoli.

I racconti di un giovane medico - o Appunti di un giovane medico - sono ambientati in un ospedale di campagna nel 1916 dove giunge il giovane dottor Bomgard appena laureatosi a Mosca. I singoli racconti sono tutti in prima persona e non seguono una linea temporale ben precisa ma simulano ciò che accade nel ricordare episodi di vita vissuta: considerazioni, opinioni e un leggero cinismo nell'autodescrizione. Tutto ciò, comprese le grottesche quanto raccapriccianti visioni della cruda realtà con cui si scontra l'inesperto laureato, lo smarrimento e lo sconforto, le paure e i tentativi, contribuiscono a creare una certa simpatia nei confronti del dottor Bomgard e della sua piccola equipe medica che lo assiste.
Ogni racconto presenta evidenti slegature non solo temporali ma anche a carattere di locazione, ciò fa comprendere meglio come queste storie non fossero scritte inizialmente per una raccolta ma come singole pubblicazioni. In comune vi sono solamente il protagonista ed i personaggi secondari.
Episodi come l'arrivo all'ospedale di  Mur'e, il primo parto per di più difficoltoso, il ricorrente riferimento al suo brillante predecessore Leopol'd Leopol'dovic mostrano con molta ironia le debolezze del ragazzo tinte da una certa codardia dettata dall'inesperienza; il voler apparire più adulto e sicuro porta spesso il giovane medico a creare involontariamente un personaggio parodistico che assume atteggiamenti e pose spesso teatrali. Ma i primi pazienti scaraventano immediatamente Bomgard nel mondo reale della medicina, fatta di decisioni difficili, intuito e tentativi. Tutto ciò determinerà la maturazione e la crescita di quel ragazzo solo e smarrito arrivato dalla grande città.
Un libro certamente da leggere, divertente, crudo a suo modo, ma sopratutto introspettivo: mostra i limiti della natura umana e le difficoltà che possono comparire lungo la strada della vita, tutte da affrontare con umiltà e coraggio.

Nel 2012 questa raccolta di racconti è stata oggetto d'ispirazione per la miniserie televisiva Appunti di un giovane medico diretta da Alex Hardcastle con Daniel Radcliffe e Jon Hamm nei panni del protagonista nella versione giovane e nella versione adulta. La miniserie è solamente ispirata al libro e lo si nota dalle scelte dei creatori di articolare maggiormente il personaggio del dottor Bomgard fondendolo in parte con la figura del medico successore del protagonista nel capitolo Morfina del libro di Bulgakov. Ma della miniserie televisiva si parlerà in un secondo momento.

venerdì 17 gennaio 2014

1.000.051 auguri! L'Arte compie gli anni.

Avreste mai detto che anche l'Arte ha il suo compleanno? Proprio così secondo Robert Filliou (1926-1987) che colloca tale data nel giorno del suo stesso compleanno: 17 gennaio di 1.000.051 anni fa.
Questa notizia sta oggi rimbalzando nel web attraverso l'iniziativa di Dicono di Oggi, progetto editoriale iniziato nel 2013 in cui vengono utilizzati i vari riferimenti ai giorni dell'anno all'interno di romanzi, racconti poesie, ma anche opere d'arte, film e canzoni.
In questa giornata si può inviare un tweet a @diconodioggi con l'hashtag #ArtsBirthday recante ciò che si vorrebbe portare alla festa di compleanno: tutto ciò che è compreso nel vasto panorama artistico dalla preistoria ad oggi!

Ringrazio sentitamente gli ideatori e curatori di Dicono di Oggi per questa stupenda quanto brillante idea in un panorama italiano in cui l'Arte viene svilita ed abbandonata non per diretta volontà del cittadino.
Ecco il link di riferimento all'iniziativa di oggi: http://www.diconodioggi.it/tag/arts-birthday/

Di seguito inserisco i contatti al blog e ai social network:
Blog:  http://www.diconodioggi.it/
Twitter: @diconodioggi
Facebook: (cerca "diconodioggi") https://www.facebook.com/DiconoDiOggi?fref=ts

mercoledì 15 gennaio 2014

Serie Tv - The Walking Dead

Siamo alle solite. Qualcosa è andato storto e ci ritroviamo per l'ennesima volta invasi dagli zombie.
Ormai siamo abituati a queste visioni post apocalittiche in cui il vagare trascinando i piedi mentre si imputridisce è sinonimo di invasione zombie. Conosciamo anche le regole a memoria: non fare rumore, rimanere nascosti, colpire alla testa e non essere morsi per nessuna ragione. Perciò cosa può incuriosire lo spettatore tanto da seguire una serie televisiva piena di morti viventi?
Parliamo di The Walking Dead, serie tv statunitense prodotta dal 2010 dal network AMC e distribuita dalla Fox che trova alla regia Frank Darabont, ispirata all'omonima graphic novel scritta da Robert Kirkman ed illustrata da Tony Moore e Charlie Adlard.
La serie è composta attualmente da 4 stagioni - di cui l'ultima in corso - da 8 episodi ciascuna della durata di 42 minuti l'uno. Il genere utilizzato è proprio ciò che l'ha resa irresistibile e di successo: siamo sempre ai confini tra thriller, horror, azione, dramma, poliziesco e psicologico, un'amalgama vincente ben calibrata che porta oltre i classici zombie movie a cui il cinema ci ha assuefatto.
La trama si svolge sui binari guida della graphic novel ma le novità apportare la rendono unica rispetto all'opera di Robert Kirkman, il quale è annoverato tra i produttori esecutivi della trasposizione televisiva.
Tutto inizia con il risveglio dal coma di Rick Grimes (Andrew Lincoln) il quale si ritrova a vagare in una struttura ospedaliera completamente abbandonata e disastrata. In preda allo shock inizia la ricerca della sua famiglia scoprendo che anche all'estero dell'ospedale la situazione è tragicamente la stessa di ciò che ha visto all'interno. Il resto della serie è focalizzato sui tentativi dei sopravvissuti di trovare un luogo sicuro dove poter vivere lontani dai pericoli e dall'infezione mortale, analizza i comportamenti dei personaggi estremamente verosimili riguardo le azioni che ognuno di noi potrebbe essere costretto a prendere in situazioni così estreme.
I ritmi sono ben studiati, ogni scena è girata con una fotografia impeccabile dando l'impressione della realtà di ciò che si sta guardando, solo l'introduzione recente dei classici espedienti del far apparire qualcosa o qualcuno d'improvviso per spaventare lo spettatore fanno storcere un po' il naso. L'aspetto cinematografico e la cura spettacolare nel realizzare set e zombie ha dato un'impronta di alto livello ad una produzione destinata alla distribuzione televisiva.
Chiaramente non è la solita apocalisse zombie andata su grande e piccolo schermo fino ad ora, è più un "cosa succederebbe se persone normali si ritrovassero improvvisamente in condizioni estreme e fuori da ogni previsione", fa ragionare e fa porre domande a cui è complicato dare risposte.
Decisamente da vedere.


Perchè guardare una serie tv al posto di un film?
I motivi sono tanti. Primo tra tutti è la durata: un film ha un tempo limitato in cui la storia inizia, si svolge e il più delle volte si conclude. Una serie tv ha una durata molto più estesa frammentata in un numero definito di episodi, ciò consente allo spettatore di continuare a seguire per un tempo prolungato la storia. Il rischio naturalmente è che la serie sia organizzata, costruita e sviluppata grossolanamente e che porti lo spettatore ad annoiarsi e abbandonarne la visione. Negli ultimi anni, complice la crisi globale che ha investito anche il cinema, il settore delle serie tv è stato crescentemente curato con tanto di attori del grande schermo chiamati ad interpretare ruoli su piccolo schermo. I risultati sono a livelli cinematografici protratti per più del classico paio d'ore e, a mio parere, permettono ai registi quanto agli attori di provare la loro bravura nella costruzione di qualcosa di più duraturo.

Perchè guardare una serie tv con amici al posto di un film?
 In questa era dei social network in cui la presenza fisica è diventata facoltativa, trovare un modo per tornare ad incontrarsi di persona e condividere momenti reali guardandosi in faccia è diventato stranamente difficile. Organizzare a cadenze regolari pomeriggi o serate in cui ritrovarsi a guardare un episodio o più alla volta, commentare ciò che si è visto, tornare ad instaurare un sano rapporto umano attraverso la costruzione di argomenti comuni credo sia una efficace ricetta per il buonumore che spesso viene a mancare durante la settimana.


martedì 14 gennaio 2014

Starbucks, tu non puoi passare.

Le frontiere italiane sono ben sigillate di fronte al colosso americano che ormai ha invaso quasi tutto il mondo. La notizia dell'arrivo di Starbucks in Italia è circolata specialmente negli ultimi giorni, dando come primo luogo di apertura Torino; diversi siti e blog sono caduti nella falsa notizia annunciando l'evento ormai prossimo con giubilo degli appassionati di intrugli ipercalorici dal vago ricordo di caffè. Starbucks non è solo un modo diverso di bere il "caffè americano" ma un vero stile di vita: le caffetterie sono punti dove incontrarsi, leggere il giornale, usare gratuitamente la connessione wireless, sorseggiare bicchieroni di qualcosa che di caffè ha solo il ricordo e mangiare qualche muffin dai gusti più vari. Usanze molto difficili da impiantare nel Bel Paese, nel quale il caffè viene spesso bevuto in piedi al volo come momento di stacco dalle attività intraprese.
Così l'Italia non ha ceduto anzi, sta ampliando l'esportazione di vari marchi di espresso in cialde diffondendo il gusto per il rito del caffè, momento più che apprezzato dagli italiani e fortemente ricercato dagli stranieri in visita nelle nostre città. Infatti la famosissima "pausa caffè" entra di diritto negli eventi quotidiani a cui è impossibile rinunciare, lo sa bene il Governo che dal 1 gennaio 2014 ha aumentato l'IVA del prezzo del caffè ai distributori automatici del 6%. Aumento che riguarda anche snack e bibite sempre erogate dai distributori. Un brutto colpo per tutti coloro i quali, non potendo permettersi di lasciare momentaneamente il posto di lavoro, di degenza o di studio per recarsi al bar più vicino facevano affidamento alle famose "macchinette" per rinfrancarsi con il classico ed intramontabile aroma del caffè.
Già arrivano i malumori degli studenti che del caffè hanno fatto il loro simbolo per andare avanti tra montagne di libri e di appunti. Come pure ottima scusa per staccare dallo studio in biblioteca o per incontrarsi nei corridoi delle facoltà.
Insomma, continuando ad aspettare la lontanissima quanto improbabile invasione di Starbuck continuiamo a sorseggiare il nostro caffè da qualche giorno un po' più amaro per le nostre tasche.

lunedì 13 gennaio 2014

Il ritorno di Palahniuk.

Solito lunedì da dimenticare? Allora rendiamolo almeno passabile con qualche notizia che farà sorridere sia i lettori che gli amanti del cinema. Parliamo di Chuck Palahniuk.
Per chi ancora non lo sapesse, mister Palahniuk è uno scrittore contemporaneo di successo, giornalista freelance, saggista e reporter di viaggio. Nasce nello stato di Washington e vive a Portland, in Oregon.
Ancora niente? Come primo romanzo pubblicato ha scritto Fight Club. Lo so, si è accesa la lampadina agli ultimi che rimanevano dubbiosi. Infatti per chi non conoscesse il romanzo c'è il famosissimo film omonimo diretto da David Fincher con Brad Pitt, Edward Norton e Helena Bonham Carter. Un film che ha segnato un'epoca con la sua critica al consumismo e all'alienazione dei nostri tempi. Tutti nella propria vita avranno detto o sentito dire almeno una volta "Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club", è una frase che anche nel cinema e nella tv è stata citata e riadattata con frequenza.

Un film crudo, cinico, violento e psicologico, che punta il dito accusatorio sugli spettatori, inveisce e deride la società produttrice di figli orfani e vuoti che crescono senza spina dorsale cadendo nella malattia mentale e nella ricerca di guide forti ma spesso altrettanto malate.

Il romanzo invece è ancora peggio. A mio parere bisogna leggerlo per poter apprezzare veramente il film e capire quanto sia stato limato.
Bene, è notizia ormai diffusa - e confermata dallo stesso scrittore - che il nostro caro Chuck sia al lavoro sul seguito di Fight Club.Gioia e giubilo per chi ha apprezzato romanzo e film. Adesso la domanda che tutti ci poniamo è: quando sarà pubblicato il romanzo? A quando il film? Attenzione, si parla di un seguito della storia, non di romanzo e film. Infatti il ghignante Chuck ha sorpreso tutti con l'annuncio di una graphic novel a puntate. Esatto, per chi non sapesse cosa sia una graphic novel stiamo parlando di qualcosa più di un fumetto (per tutti gli altri una richiesta: vi prego non picchiatemi per averlo chiamato fumetto!) poichè le tavole impiegate sono spesso di livelli eccellenti, sempre alla ricerca di uno stile superiore (per chi li ricorda: i Tarzan di Burne Hogart con la loro fisicità ispirata ai corpi di Michelangelo).
Perchè non un romanzo? Al momento Palahniuk è vincolato da contratti che lo portano a non poter pubblicare il seguito prima del 2016, ma una serie a puntate gli permette di agirare questo ostacolo e di far felici tutti coloro i quali aspettano di sapere cosa sia successo a Tyler e al protagonista (sapientemente mai nominato).

Cosa succederà oltre alla graphic novel? Sono previsti due nuovi romanzi in uscita tra quest'anno e il 2015 dopo una pausa di due anni in cui siamo rimasti in attesa dopo il suo ultimo libro Dannazione (2011).
Ma facciamo un tuffo nel passato riscoprendo cosa è accaduto dopo la pubblicazione di Fight Club (1996).
Parliamo dello stile con il quale Palahniuk racconta le sue storie: è uno stile tagliente, geniale, con un ritmo veloce che all'improvviso si spezza, si ripete, fa un balzo avanti per poi tornare indietro. Spesso è talmente pulp da far storcere la bocca dal disgusto, ma una volta immersi in un suo romanzo è difficile staccarsene. Si cade in un vortice che rapisce e tiene incollati alle pagine, un'apnea che fa dimenticare il bisogno fisiologico di ossigeno, una seduzione che solo quando è troppo tardi mostra il marciume in cui siamo immersi fino al collo.
Nel 1999 esce Survivor, la storia di ciò che è avvenuto ad un sopravvissuto al suicidio di massa di una setta di cui era adepto e di come le menti possono essere plagiate.
Nello stesso anno troviamo Invisible Monsters, un romanzo altrettanto cinico ma dal carattere di una rivista patinata, immerso nella luce cocente dei riflettori che porteranno una modella in cerca di fama ad un terribile incidente.
Poi ecco comparire nelle librerie del 2001 Soffocare, di cui verrà girato un film omonimo sotto la regia di Clark Gregg nel 2008. La storia di un ex studente di medicina con una forte dipendenza dal sesso che sopravvive attraverso sempre la stessa truffa in cui mette a repentaglio la sua stessa vita.
Ninna nanna del 2002 ha qualcosa in più dei romanzi precedenti: viene toccato il mondo del fantastico attraverso qualcosa di molto simile alla magia. O al mondo controverso della new age, se vogliamo proprio esser precisi.
L'anno successivo viene pubblicato Diary (2003), Palahniuk ci porta su di un'isola alquanto bizzarra e inquietante insieme alla protagonista, la quale è totalmente all'oscuro di come riesca realmente a sopravvivere la piccola comunità.
Tanto per non annoiarci, nel 2004 si cambia genere con Portland Souvenir, una guida insolita e tutta personale alla città di Portland in Oregon, dove abita lo scrittore. Consigliato a chi ama fare tappe insolite nei propri viaggi.
Stesso anno altro libro, La scimmia pensa, la scimmia fa. Una raccolta di saggi, articoli, interviste e racconti personali scritti da Palahniuk. Una panoramica svolta dal generale passando per l'individuale per poi approdare nel personale, sempre nello stile tagliente crudo e ironico a cui non riusciamo ad abituarci.
Il 2005 è l'anno di Cavie, un insieme di racconti legati tra loro da una trama parallela che porta vari personaggi a incontrarsi tutti nello stesso momento e cercare una strada alternativa  e pericolosamente ignota per diventare scrittori.
L'instancabile Chuck continua a produrre romanzi anno dopo anno (Rabbia, 2007; Gang Bang, 2008; Pigmeo, 2009; Senza veli, 2010) ma ormai si vedono le mal celate crepe in una tela forse troppo frettolosamente dipinta e asciugata per il solo piacere del pubblico.
Ci lascia nel 2011 con Dannazione, ennesima denuncia contro il mondo glamour e vuoto dello spettacolo portato a massima aspirazione nei confronti di una società senza timoniere.
Attendiamo le due prossime fatiche e la graphic novel sperando che Palahniuk abbia abbandonato l'infida trappola del successo che porta solo alla rincorsa dello stesso, producendo a ripetizione prodotti oggettivamente sempre più vuoti e scadenti.
Che Dannazione sia paradossalmente l'inizio della nuova ascesa.


domenica 12 gennaio 2014

Serie Tv - Hannibal

Domenica in poltrona. Che fare? Andare a vedere un film al cinema con tutti i rischi del caso? Diciamo la verità, l'idea di trovarsi a far file per i posti che spesso risultano esauriti, sedersi in sale gremite di persone maleducate che parlano e rispondono al cellulare durante la proiezione, uscire dopo aver visto un film deludente con conseguente perdita di parecchi euro e giramento di scatole a livello professionale non fa impazzire di gioia. E allora qual è la soluzione ad un pomeriggio di relax in cui non si vuole far altro che star comodi e svagarsi senza grossi impegni? Personalmente suggerirei un buon libro, ma se si è in compagnia l'idea vincente è guardare un buon telefilm. Con una vagonata di pop corn, naturalmente.

Per questa volta vorrei parlarvi di Hannibal, la serie tv americana prodotta da Bryan Fuller per la NBC nel 2013 ispirata ai libri di Thomas Harris. Come si può dedurre non si tratta di commedia ma di una serie tv drammatica tra poliziesco, thriller e horror (tanto per citare l'onnipresente Wikipendia). Fino ad oggi è andata in onda la prima stagione composta da 13 episodi di circa 43 minuti l'uno e si attende l'inizio della seconda stagione per il 28 febbraio 2014 sempre sulla NBC - perciò un ottimo motivo per cominciarla adesso.
La trama è ben strutturata e mai noiosa, piena di colpi di scena che portano lo spettatore a rimanere sempre con un senso di allerta e che guidano intelligentemente le capacità sensibili di osservazione e congettura.
Il primo episodio è spiazzante quanto sconcertante, introduce bene all'armonia distorta creata da Fuller, una sinfonia che languidamente trasporta su di un percorso sicuro fino a quando non si comprendono le fredde stonature che lentamente sono scivolate nelle orecchie, portando tensione e un leggero senso di smarrimento. Le fredde stonature sono ben interpretate dal ruolo del dottor Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen), il quale non compare immediatamente e per tutta la stagione tende a rimanere marginale lasciando il ruolo di protagonista a Will Graham (Hugh Dancy), investigatore dell'FBI ritiratosi nell'insegnamento ed ora richiamato dal collega Jack Crawford (Lawrence Fishburne) per risolvere una serie di casi contorti. Graham possiede una rarissima abilità che gli permette di comprendere meglio di chiunque altro la scena del crimine e perciò riuscire a risalire al colpevole.
Personalmente, parlando da un punto di vista storico-artistico, durante la visione della stagione ho trovato nell'arredamento della dimora del dottor Hannibal degli straordinari rimandi alle nature morte del XVII secolo, in cui l'ambiguità delle composizioni decorative ricordano inconfondibilmente il valore simbolico che hanno sempre comunicato: allusioni alla vanitas (dal libro delle Ecclesiaste "Vanitas vanitatum, omnia vanitas"; vanità delle vanità, tutto è vanità) cioè alla transitorietà della bellezza e delle ricchezze, alla fragilità della vita e quanto essa sia colma di apparenza ed effimera immortalità. Un vero memento mori che sottolinea implicitamente l'acutezza e l'intelligenza del colto personaggio cui siamo di fronte.
Non dirò altro della trama per non rovinare la sapiente composizione di stupore misto ad entusiasmo che questa serie sa suscitare. In altre parole, se non vi impressionate troppo facilmente, guardatela senza esitazioni. Ne rimarrete soddisfatti.


Perchè guardare una serie tv al posto di un film?
I motivi sono tanti. Primo tra tutti è la durata: un film ha un tempo limitato in cui la storia inizia, si svolge e il più delle volte si conclude. Una serie tv ha una durata molto più estesa frammentata in un numero definito di episodi, ciò consente allo spettatore di continuare a seguire per un tempo prolungato la storia. Il rischio naturalmente è che la serie sia organizzata, costruita e sviluppata grossolanamente e che porti lo spettatore ad annoiarsi e abbandonarne la visione. Negli ultimi anni, complice la crisi globale che ha investito anche il cinema, il settore delle serie tv è stato crescentemente curato con tanto di attori del grande schermo chiamati ad interpretare ruoli su piccolo schermo. I risultati sono a livelli cinematografici protratti per più del classico paio d'ore e, a mio parere, permettono ai registi quanto agli attori di provare la loro bravura nella costruzione di qualcosa di più duraturo.

Perchè guardare una serie tv con amici al posto di un film?
In questa era dei social network in cui la presenza fisica è diventata facoltativa, trovare un modo per tornare ad incontrarsi di persona e condividere momenti reali guardandosi in faccia è diventato stranamente difficile. Organizzare a cadenze regolari pomeriggi o serate in cui ritrovarsi a guardare un episodio o più alla volta, commentare ciò che si è visto, tornare ad instaurare un sano rapporto umano attraverso la costruzione di argomenti comuni credo sia una efficace ricetta per il buonumore che spesso viene a mancare durante la settimana.

sabato 11 gennaio 2014

Scripta manent. Ovvero turisti vs. Colosseo.

Cosa c'è di più bello di un viaggio in una città famosa e straordinaria? Lo stupore e l'emozione di vedere qualcosa di antico conosciuto solo in fotografia, televisione, cinema e libri. Fare qualche autoscatto per immortalare il momento. Scrivere su di un monumento.
Fermi tutti, qualcosa stona e stride come le unghie sulla lavagna. O in questo caso come un sasso sfregato su di un muro in laterizio.
Effettivamente è quanto accaduto ieri pomeriggio a Roma tra le mura del Colosseo: padre e figlio in visita dall'Australia (45 e 12 anni) decidono di rendere indimenticabile la loro vacanza cercando di lasciare il segno nel luogo simbolo della città eterna. E in parte ci sono riusciti. Mentre il padre copriva il ruolo di "palo", il figlio iniziava a scrivere il proprio nome su di un muro interno dell'Anfiteatro Flavio, ma il personale della Soprintendenza nota l'accadimento e chiama prontamente i Carabinieri, i quali fermano padre e figlio.
Per i due turisti è scattata la denuncia e la segnalazione al tribunale dei minori.

La notizia è stata pubblicata su molti quotidiani riportando diligentemente passo per passo l'intera vicenda. Quanta bravura nel puntare il dito e storcere il naso verso stranieri che dopo tutto non fanno niente di strano.
Non sto difendendo dei vandali, sto cercando di ricordare che il nostro malcostume e degrado si presta ad altro malcostume e degrado. Paese che vai, usanze che trovi. Se noi per primi mostriamo disinteresse e noncuranza nei confronti delle città in cui viviamo, dei nostri monumenti ed opere d'arte, delle strade in cui camminiamo, come possiamo pretendere che i visitatori rispettino ciò che noi non rispettiamo?
L'indignazione verso il gesto di questi turisti australiani è puramente ipocrita se per primi non rispettiamo e tuteliamo i luoghi in cui viviamo. Urge esame di coscienza.

Ma facciamo un passo indietro.
L'usanza di scrivere sui muri è così antica da risalire all'epoca preistorica con i graffiti nelle caverne dei primi uomini, è proseguita fino ad oggi e proseguirà senza mai essere fermata. Il bisogno di lasciare un "segno" cova in ognuno di noi: lo notiamo persino nelle tombe di alcuni Faraoni nella Valle dei Re, dove addirittura si possono trovare graffiti di antichi greci che attestano il loro passaggio.

In sintesi non serve guardare solo agli ultimi due secoli per storcere il naso, la febbre del legare la propria memoria a qualcosa di visibile a tutti e perciò famoso sarà sempre insita nella psiche umana. Cercare di guadagnare abusivamente l'immortalità attraverso qualcosa che durerà nei secoli non è altro che la paura di morire ed essere dimenticati - morire una seconda volta. Questo principio della seconda morte non è altro che la damnatio memoriae, tanto cara alle antiche civiltà: cancellare le prove dell'esistenza di una persona per condannarla all'oblio totale.
Obiettivamente è molto più facile commettere atti di vandalismo piuttosto che adoperarsi in qualcosa che potrebbe portare benefici alla società. Una scorciatoia, una distorta idea di cosa significa rimanere nella memoria. Ma vale la pena essere ricordati per atti deprecabili ed essere condannati perpetuamente dall'avvicendarsi di occhi scrutatori piuttosto che rimboccarsi le maniche e cercare di mettere in opera i propri talenti al servizio della società? Non è più gratificante il ringraziamento anche solo di una persona piuttosto che milioni di giudizi implacabili?
A noi la scelta.

Il tuffo.

Alla fine ci caschiamo tutti.
Si viaggia nel web dove ognuno è portato a dire liberamente la sua in così tanti ambiti da non riuscire a tenerne il conto. E si naviga tra opinioni, recensioni, critiche, pubblicità poco velate, collaborazioni, articoli...
Sì, alla fine ci caschiamo tutti, perchè la globalizzazione porta ad ampi orizzonti dove poter scrutare sia nel macro quanto nel micro, sia nella società quanto nel singolo.
Così dopo anni di immersioni, bagnetti e sciacquatine nel web ci sono cascata anche io. Un bel tuffo di testa, sicura di non dar craniate sul fondo - assente fino a prova contraria, come attualmente lo è la fine della crisi dell'italico Stato. Gli argomenti trattati saranno come il tutto effettuato: d'impulso e senza una programmazione, in direzioni casuali.

Perchè scegliere proprio "Sciadografie" come titolo per parlare di attualità?
Le sciadografie (shadowgraph), che portarono successivamente ai calotipi, sono frutto degli esperimenti di William Henry Fox Talbot per le riproduzioni di immagini in negativo (1834). In sintesi è la mia idea di operare in questo blog: riportare temi di attulità (e non) visti attraverso posizioni sia soggettive che oggettive (negativo e positivo). Dato che l'oggettività è difficoltosa da raggiungere, metto e premetto la mia "soggettiva" nei vari argomenti. Per l'appunto, le mie sciadografie.

William Henry Fox Talbot, Esemplare botanico, 1839.